L'ultimo autunno ho ascoltato un respiro diverso sulla montagna. Nelle visite alle zone boschive attorno ai duemilacinquecento metri, tra le Dolomiti bellunesi e il confine con il Veneto, le tracce di una presenza nuova si leggevano nella neve fresca e nei sentieri di transito. Gli sciacalli dorati stanno raggiungendo le pianure venete dopo una migrazione lunga decenni, partita dall'Europa dell'est alla ricerca di territori liberi. Chi, cosa, dove, quando e perché: una specie che non apparteneva a questo paesaggio tornato ora a reclamare spazio, con la pazienza della natura e senza clamore.
Un ritorno attraverso i secoli
Lo sciacallo dorato non è una novità assoluta per le terre alpine. Fino a pochi secoli fa abitava questi luoghi, prima che la caccia sistematica e l'espansione umana lo scacciassero verso i margini orientali dell'Europa. Durante il Novecento la specie è rimasta confinata nelle regioni dell'est, in Bulgaria, Romania, Moldavia, una presenza lontana dal nostro orizzonte. Poi qualcosa ha cominciato a cambiare, lentamente.
Verso gli anni novanta le prime segnalazioni arrivavano dalla Croazia, poi dall'Austria, infine dalle Alpi italiane. Non un'invasione improvvisa, ma un'espansione graduale, il recupero di un antico confine biologico che l'uomo aveva artificialmente tracciato.
La montagna che dialoga con la pianura
Le Dolomiti, in questi ultimi anni, hanno visto aumentare le osservazioni dirette e le tracce. Feci, orme nella neve, avvistamenti fotografati da escursionisti e gestori di pascoli che comunicavano preoccupazione ma anche curiosità. Non si trattava di branchi visibili, ma di presenze singole o in piccoli nuclei familiari, animali che agivano ai margini della luce, al crepuscolo.
Ora gli sciacalli stanno completando il passaggio verso le pianure venete. La geografia li favorisce: dai boschi montani di abete rosso discendono verso zone di media collina, poi verso le valli dove il terreno si apre e diventa bonificato. La presenza di corridoi naturali, di boschi relitti e di aree agricole dismesse offre loro il percorso che cercano.
Chi è lo sciacallo dorato
Non è una bestia da favoletta medievale. Lo sciacallo dorato è un carnivoro di medie dimensioni, simile a un cane di taglia piccola, con un manto fulvo dorato, orecchie diritte e sguardo sveglio. Pesa tra i sei e gli undici chili. Si muove da solo o in coppia, raramente in branco. È omnivoro per convenienza: mangia piccoli mammiferi, uccelli, insetti, carogne, e quando la stagione lo permette anche frutti e bacche.
A differenza del lupo, lo sciacallo non è un predatore di grande preda. Non attacca pecore, capre o mucche se non in circostanze eccezionali. È un animale prudente, eluso, che cerca di evitare il contatto umano. Grida nelle notti invernali, un suono tra il latrato e l'ululato, che ha spesso allarmato chi l'ha sentito per la prima volta, ignorando cosa fosse.
Tracce nelle Dolomiti bellunesi
Nel corso delle mie escursioni sul territorio bellunese ho potuto documenti visivi e segnalazioni convergenti da guardaparco, appassionati di birdwatching e abitanti della montagna. Nelle valli attorno a Colle Santa Lucia, nei boschi tra Sorau e le zone laterali del Cordevole, le tracce si facevano sempre più frequenti. Escrementi contenenti peli di cinghiale e lepre. Orme nette nella neve, quella forma caratteristica tra lo zampetto del cane e quello del lupo, ma inconfondibilmente diversa.
Raccolgo una segnalazione da una guida alpina che opera tra Arabba e Marmolada: l'ha visto all'alba, a meno di duecento metri dal rifugio, mentre si muoveva nel bosco di larice. Un momento di sospensione nel tempo, uno sguardo scambiato, poi scomparso tra gli alberi.
Verso la pianura veneta
L'espansione verso il Veneto è iniziata nei primi anni duemiladieci. Avvistamenti sporadici nella provincia di Belluno furono seguiti da presenze sempre più stabili verso i comuni di pianura. Le tecnologie di tracciamento genetico, quando sono state applicate, hanno confermato che si trattava della stessa popolazione che attraversava i confini biologici e amministrativi.
La pianura veneta offre condizioni diverse dalla montagna: spazi aperti, meno boschi, più insediamenti umani, maggiore scarsità di prede naturali. Gli sciacalli che scendono dalle Dolomiti si trovano di fronte a una geografia trasformata, dove il cacciatore deve adattarsi ancora di più, dove il rischio di incontro umano aumenta.
Una transizione silenziosa
Quello che sorprende, se davvero ci si ferma a riflettere, è quanto silenzioso sia questo processo. Nessun allarme, nessun panico mediatico vero, una presenza che si annuncia quasi di soppiatto. I danni documentati sono minimi: qualche attacco a pollaio in zone rurali isolate, nulla di paragonabile ai danni del lupo o del cinghiale.
Eppure la sua presenza significa qualcosa di profondo: un ecosistema che si ricostituisce, una specie che recupera territorio perduto, un paesaggio che dialoga con la propria storia naturale al di là delle barriere che l'uomo aveva eretto.
Convivenza e studio
I naturalisti osservano senza ancora concludere. La ricerca universitaria muove i primi passi, raccogliendo dati e testimonianze. L'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie ha preso nota della presenza, così come le università locali. Il dibattito rimane ancora limitato, concentrato tra esperti e addetti ai lavori.
Non ci sono al momento provvedimenti di contenimento. Non se ne parla come di una minaccia che richieda azioni drastiche. Prevale, finora, una posizione di osservazione e accettazione della naturale fluidità biologica.
Quello che rimane, dopo le ricerche e le osservazioni, è il silenzio della montagna che continua a dettare le sue leggi, indifferente alle nostre categorie e ai nostri confini. Gli sciacalli dorati si muovono secondo una geometria che appartiene a loro, al tempo biologico, alle stagioni che cambiano. La pianura veneta non sarà mai più come prima, e noi non sapremo davvero se questo è bene o male fino a quando non avremo imparato a stare in ascolto di quello che il paesaggio sta lentamente dicendo.
