È agosto sulle montagne dell'Appennino tosco-emiliano, e la luce pomeridiana disegna ombre lunghe sui prati dove le greggi transhume pascono come hanno fatto per secoli. A circa tremila metri di distanza, su un versante parallelo, un pastore guarda il gregge mentre controlla il recinto elettrico che lo circonda. Questa è la convivenza contemporanea: il ritorno del lupo agli Appennini centrali e meridionali e la necessità di una pastoralità che coesista con un predatore creduto ormai leggenda.
Chi sono i pastori transumanti? Sono uomini e donne che seguono le stagioni, spostando le greggi tra i pascoli di bassa quota in inverno e quelli montani in estate. Dove sono nati questi spostamenti? Su sentieri tracciati dalla tradizione, le cosiddette regie tratture, che percorrono l'Italia centrale da secoli. Quando è ricominciato il conflitto con i lupi? Negli anni Novanta, quando le prime meute hanno ripopolato spontaneamente le montagne meridionali. Perché è accaduto? La protezione della specie a livello europeo ha permesso ai lupi di espandersi dai Monti Sibillini verso nord. Con quali conseguenze? Per i pastori significa perdite economiche reali, ma anche necessità di adattamento culturale.
Il lupo non è più solo figura mitica sulle Apennini: è tornato animale vivo, che predica sulle greggi. Un pastore del Parmense mi ha raccontato di aver perso una ventina di animali in una sola notte, anni fa, prima di comprendere come proteggere il gregge. Non era colpa sua: nessuno in quella zona aveva memoria diretta di cosa significasse convivere con i lupi. La tradizione pastorale si era trasmessa per generazioni, ma non quella parte che parla di difesa dai predatori.
Oggi la convivenza prende forma attraverso strumenti concreti.
Il recinto elettrico è diventato la prima linea di difesa. A differenza delle recinzioni tradizionali, crea una barriera che il lupo impara a rispettare dopo uno o due contatti. Non è crudele: è deterrente. Un filo energizzato a batteria, posizionato a quaranta centimetri dal suolo, circonda il gregge di notte. Al mattino, quando il pastore muove gli animali verso nuovi pascoli, il recinto si raccoglie e si trasporta. È tecnologia semplice, affidabile, ma richiede dedizione quotidiana. Molti pastori lavorano da soli o in coppia: significa vegliare il sonno della greggia, controllare il recinto, prevenire i guasti.
I cani da guardia sono la seconda difesa. Non sono cani da pastore nel senso tradizionale: il border collie non protegge, guida soltanto. I cani da guardia, come il maremmano o il mastino dei Pirenei, dormono tra gli animali, riconoscono il pericolo, e si interpongono. Sono animali di taglia grande, con istinto protettivo naturale. Un bravo cane da guardia ha valore economico considerevole e rappresenta una forma di assicurazione biologica che funziona.
Il compenso economico è il terzo elemento.
In alcune regioni, i fondi europei e nazionali finanziano progetti di indennizzo per i capi predati. Se un lupo uccide una pecora, il pastore può denunciarlo e ricevere un risarcimento parziale. Non è mai completo, però: il danno psicologico, il lavoro di ricerca, la perdita di continuità riproduttiva del gregge restano fuori dalle cifre. Eppure, in assenza di compenso, molti piccoli allevatori andrebbero in crisi economica. Un progetto coordinato tra Crea e università italiane, con fondi regionali, ha iniziato a tracciare questa via.
Il conflitto non sparisce con gli strumenti. Rimane una tensione profonda tra due diritti: quello della fauna selvatica a esistere nel suo habitat naturale, e quello dei pastori a una vita economicamente sostenibile. Non c'è soluzione che appaghi tutti. C'è solo convivenza consapevole.
Alcuni pastori hanno scelto di integrarsi con il cambiamento. Mantengono greggi più piccole, muovono più frequentemente gli animali, gestiscono il recinto con precisione militare. Altri hanno deciso di lasciare la professione. La transumanza, pratica antichissima, si è ridotta negli ultimi decenni per ragioni già complesse: il lavoro è duro, i margini economici sono sottili, i giovani cercano altre strade. Il ritorno del lupo ha accelerato questa transizione, non l'ha causata.
Visitare una greggia transuma in montagna, quando il sole scende e il pastore accende il recinto elettrico, è vedere il presente e il passato che si toccano. C'è il buio ancestrale dove i lupi potevano apparire, e c'è la luce di una batteria che crea sicurezza moderna. Il pastore veglia ancora il gregge, come i suoi antenati, ma adesso dialoga con un equilibrio biologico che sembrava per sempre perduto.
La lezione di questa convivenza non è che il lupo e il pastore possono coesistere senza costo. La lezione è che il paesaggio vive quando tutti i suoi attori continuano a muoversi, anche quelli che credevamo estinti. Il costo è alto, ma il prezzo dell'estinzione sarebbe stato più alto ancora.
