Era una mattina di fine autunno quando, dal riparo di una betulla lungo il Piave, ho visto le tracce fresche nella melma. Impronte di zampe di lontra. Non era un'allucinazione da guida trop a lungo al sole: era reale. Qui, nelle Dolomiti bellunesi, animale considerato estinto nel territorio italiano per più di sessant'anni aveva ricominciato a vivere. La lontra europea, Lutra lutra, era tornata. Chi l'ha vista, dove, quando e perché accade ora, in questi anni, quello che nessuno pensava di rivivere.

L'estinzione silenziosa

La lontra non è mai stata rara in Italia. Fino agli anni Quaranta del Novecento viveva nei fiumi del nord, nella Penisola e persino in Sardegna. Poi sparì. Non per una catastrofe visibile, ma per l'effetto cumulato di bracconaggio, inquinamento dei fiumi e perdita di habitat. Gli agricoltori le uccidevano per proteggere i pesci negli allevamenti. L'industria le perseguitava per la pelliccia. I fiumi diventavano canali di scolo industriale e urbano. Nessuno se ne accorse veramente, perché la lontra è un animale che vive di notte, timido, poco incline al clamore.

Intorno agli anni Settanta la specie era scomparsa completamente dal territorio italiano.

Il silenzio dei fiumi vuoti

Il silenzio dei fiumi vuoti

Per decenni i nostri fiumi hanno corso senza di loro. Era un vuoto che nessuno nominava, una perdita che si era già trasformata in normalità. Le generazioni crescevano senza sapere che questi animali avessero mai abitato le acque italiane. I fiumi erano diventati spazi dove l'uomo dominava senza contrasto: canali dritti, sponde cementate, acque inquinate, scarichi industriali diurni e notturni.

Ma il silenzio non è mai definitivo in natura.

Il ritorno dal nord

Negli ultimi quindici anni qualcosa è cambiato. Le lontre hanno ricominciato a muoversi lungo i fiumi europei protetti dalle direttive comunitarie, in particolare dalla Direttiva Habitat che dal 1992 tutela la specie su scala continentale. Non sono arrivate in Italia dall'aria o per magia: sono risalite lentamente dalle popolazioni dell'Europa centrale e orientale, attraverso l'Austria, le Alpi, gli ultimi fiumi ancora abbastanza puliti per permettere loro la vita.

I primi avvistamenti sono stati sporadici, quasi increduli. Una lontra nel Tagliamento. Una nel Brenta. Poi nel Piave. Gli ecopalazzi hanno iniziato a documentare le presenze con fototrappole, impronte, escrementi. Le lontre non erano tornate in massa: erano tornate con la cautela di chi ha imparato che il mondo è ostile. Poche, sparse, ma presenti.

Dove vivono oggi

Oggi le lontre si trovano principalmente nelle regioni del nord-est: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia. Il Piave e il Tagliamento sono i loro corridoi principali, i fiumi dove si concentrano le osservazioni più frequenti. Risalgono anche il Brenta, l'Adige, altri corsi d'acqua minori dove ancora esiste spazio. Non sono tornate al sud. Non sono arrivate negli Appennini o nei fiumi toscani. Il loro ritorno è territorialmente limitato, legato alle vie di dispersione naturale e alla qualità dell'acqua.

La loro presenza non è stabile. Vanno, vengono, scompaiono, riappaiono. Non si sa ancora se la colonizzazione diventerà permanente.

Perché sono tornate

La ragione principale è la protezione legale europea. La Direttiva Habitat le ha poste sotto tutela assoluta: la cattura, l'uccisione, il danneggiamento delle tane sono vietati. Nessuno può più sparare a una lontra senza conseguenze legali serie. Questo ha permesso alle popolazioni mitteleuropee di espandersi, di provare a colonizzare nuovi territori.

La seconda ragione è il miglioramento della qualità dell'acqua. Non che i nostri fiumi siano puliti: l'inquinamento esiste ancora. Ma negli ultimi trent'anni le normative europee e nazionali hanno costretto a ridurre certi tipi di scarichi industriali, a realizzare depuratori, a contenere l'inquinamento più estremo. I fiumi non sono più biologicamente morti come potevano essere negli anni Sessanta e Settanta. Molluschi, piccoli pesci, granchi d'acqua dolce hanno ricominciato a popolare le acque. Le lontre trovano di nuovo cibo sufficiente.

La terza ragione è meno appariscente ma fondamentale: il cambio di mentalità. Oggi una lontra non viene ammazzata automaticamente. Viene fotografata, documentata, studiata. Non tutti la amano, certo. I pescatori di trote in allevamento temono la concorrenza. Ma la paura non si trasforma più facilmente in fucile come una volta.

Il segno nella melma

Quel giorno sul Piave, accanto a quella impronta di lontra, ho cercato il resto. Escrementi sui sassi, segni di risalita dalla riva, pelucchi di pelo sul ramo di un salice. Tutto era lì, sottile, discreto, ma vero. Un animale che aveva imparato di nuovo a vivere qui. Non era tornato per restarsi per sempre, forse. Potrebbe ancora sparire tra vent'anni, risucchiato dall'inquinamento o dal cambiamento climatico. Ma era tornato.

E il suo ritorno non è una notizia di trionfo, non è un titolo da giornale sensazionalista. È una domanda silenziosa che fa il fiume: possiamo ancora abitare lo stesso spazio, uomini e animali, e lasciarci vivere? La risposta non viene dalla lontra. Viene da noi, dalle scelte che facciamo ogni giorno su dove scarichiamo l'acqua, come gestiamo le sponde, quale valore diamo a uno spazio non ancora completamente trasformato.

La lontra non ha fretta. Sa aspettare.