Animali

Lo stambecco di Sicilia: quando un animale scompare dalla memoria

Uno stambecco endemico della Sicilia, diverso dal cugino alpino, è scomparso agli inizi del Novecento. La sua storia è un avvertimento sulla fragilità della biodiversità insulare.

Rocce calcaree grigie di una montagna siciliana al tramonto, con erbe secche gialle e cespugli spinosi, paesaggio dove viveva lo stambecco endemico

Nelle prime ore del mattino, quando la luce raduna le ombre fra le rocce delle Madonie e dei Nebrodi, il silenzio della montagna siciliana ha un peso diverso. Non è soltanto assenza di suono. È assenza di una presenza che per millenni ha attraversato quei crinali con lo zoccolo sicuro, il corpo adatto a quella pietra, quello spazio verticale. Lo stambecco di Sicilia non abita più queste montagne da circa un secolo. Non abita più nulla, da nessuna parte. La sua estinzione è recente, ancora entro la memoria umana vivente, eppure sembra appartener già al mito, al racconto dei tempi dimenticati.

Chi era lo stambecco siciliano. Era una sottospecie endemica dell'isola, Capra aegagrus cretica, diverso dal suo cugino alpino, il Capra ibex che ancora popola le Alpi. Lo stambecco siciliano era più piccolo, adattato al clima mediterraneo, alle montagne aride dove l'acqua è rarità e la roccia è principale. Le corna ricurve all'indietro, il mantello chiaro, il corpo compatto costruito per salire fra strapiombi. Viveva sugli Iblei, sulle montagne del Val di Noto, nelle aree più rocciose e inaccessibili dove la vegetazione è spinosa e bassa. Era un animale schivo, discreto, che conosceva ogni anfratto della sua terra.

Intorno al XV e XVI secolo, la Sicilia conta ancora popolazione significativa di questi stambecchi. I resoconti naturalistici dell'epoca li menzionano come presenti. Poi la pressione comincia. La caccia, dapprima sporadica, diventa sistematica. Nelle montagne siciliane non esiste protezione per la fauna selvatica come altrove. Lo stambecco viene cacciato per la carne, per le corna, per il gusto della sfida. La perdita dell'habitat accelera il declino. Le montagne vengono trasformate da uomini che tagliano boschi, coltivano le pendici, creano pascoli per capre domestiche che entrano in competizione con le selvatiche.

Nel corso dell'Ottocento i numeri crollano. Gli ultimi stambecchi siciliani si ritirano nelle zone più remote, i precipizi dove nemmeno il cacciatore segue. Diventano fantasmi di una memoria che nessuno registra con precisione. Non c'è una data esatta di estinzione. Non c'è l'ultimo esemplare fotografato, non c'è la scoperta scientifica dell'assenza. Lo stambecco di Sicilia semplicemente non viene più avvistato. Agli inizi del Novecento il consenso fra i naturalisti è che sia scomparso. Nessuno sa dire se l'ultimo è morto nel 1890 o nel 1910. La scomparsa è silenziosa come la sua vita.

Il confronto con i sopravvissuti

Lo stambecco alpino sopravvive. Grazie ai sforzi di protezione nella seconda metà del Novecento, popolazione reintrodotta sulle Alpi occidentali grazie a progetti di conservazione. Le Alpi hanno avuto una struttura di protezione della fauna. La Sicilia, isola, non ha avuto lo stesso supporto. Un'isola crea isolamento evolutivo ma anche isolamento culturale dalle politiche di conservazione continentali.

Quando lo stambecco di Sicilia scompare, il dibattito scientifico non è ancora maturo per porre la questione della reintroduzione. Oggi si conosce il suo DNA, la sua storia evolutiva. Eppure non esiste una popolazione vivente da cui partire. Le montagne siciliane non hanno memoria corporea di questo animale. Solo il paesaggio ricorda, nella forma delle rocce, nell'architettura della verticalità.

Cosa insegna questa scomparsa

La storia dello stambecco siciliano non è anomalia. È esempio di un processo che ha trasformato la biodiversità globale fra il 1800 e il 1900. La caccia senza limite, la trasformazione del paesaggio, l'assenza di leggi protettive hanno cancellato specie per sempre.

In Sicilia questa lezione è stata lenta a insegnarsi. Solo nel corso del Novecento nascono aree protette, parchi nazionali. Le Madonie e i Nebrodi ottengono statuto di protezione, ma quando l'endemita stambecco è già estinto da decenni. Il danno è consumato.

Oggi, quando cammino nelle montagne bellunesi, il passaggio di uno stambecco alpino non mi sorprende. Lo aspetto. Il suo zoccolo sulla roccia è segno vivo di una protezione che è stata fatica, leggi, uomini che hanno detto no alla caccia illimitata. Ma nelle Madonie, dove la roccia è la stessa, il silenzio rimane.

Lo stambecco di Sicilia insegna questo: che l'estinzione non è evento geologico. È scelta umana, accumulazione di scelte, indifferenza organizzata. E che il silenzio sulle montagne, a volte, è assenza di voce.

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