Animali

Lince iberica in Spagna: come rinascere dall'estinzione

Dalla Sierra Morena alla Penisola Iberica, il ritorno di un felino simbolo di wilderness. Come la Spagna ha fermato l'estinzione e quali insegnamenti valgono per i boschi italiani.

Lince iberica in primo piano nel bosco mediterraneo spagnolo, occhi gialli penetranti, orecchi con ciuffi neri, pelliccia fulva e maculata

Era marzo quando ho incrociato il racconto di un guardaparco spagnolo nel Parco di Doñana. Seduto su una pietra grigia, sotto i pini marittimi, mi spiegava come cinquanta anni fa la lince iberica era quasi scomparsa dalla Penisola. Oggi, nel 2024, circa cinquecento esemplari vivono di nuovo tra le macchie di corbezzolo e le pinete della Spagna meridionale. Un ritorno che non è miracolo bensì scienza, pazienza e una strategia européa di conservazione cominciata negli anni Novanta. Nessuno oggi parla più di questa specie come di un fantasma. Si parla di resurrezione ecologica.

Il crollo e il punto di non ritorno

Agli inizi degli anni Novanta la lince iberica era rimasta in meno di cento esemplari. La caccia indiscriminata del Novecento aveva ridotto il felino a relitto biologico confinato in piccoli rifugi della Sierra Morena e del Coto del Doñana. Gli ultimi branchi non avevano territorio continuativo, non potevano incrociare cucciolate stabili, vivevano in isolamento genetico. La specie era entrata in quel territorio oscuro dove il numero cala così in fretta che il declino diventa irreversibile.

La causa primaria non era stata la perdita di habitat naturale, seppure seria. Era stata la scomparsa della preda: la coniglieria selvatica, base della dieta del felino, era crollata a seguito di malattie virali diffuse negli anni Ottanta. Una lince ha bisogno di cinque-sei conigli al giorno per nutrirsi. Senza prede, il felino era condannato a morire di fame oppure a attaccare il bestiame degli allevatori, che allora lo uccideva senza indugi.

Il progetto europeo che ha fermato l'estinzione

Nel 1994 Spagna e Portogallo lanciano il primo programma coordinato di protezione. La Strategia per la Conservazione della Lince Iberica nasce da una semplice constatazione: il felino non sarebbe tornato da solo. Serviva intervento umano diretto.

Il modello poggia su tre pilastri.

Primo: la creazione di aree protette connesse attraverso corridoi ecologici. I boschi non erano più isole isolate ma nodi di una rete. Secondo: il ripopolamento selvatico mediante rilascio di individui nati in cattività. Terzo: il controllo attivo della preda, con rilascio gestito di conigli per ricreare basi alimentari stabili.

I governi regionali della Andalusia e dell'Estremadura hanno investito denaro pubblico, hanno coordinato guardie forestali, hanno negoziato con proprietari terrieri privati affinché rispettassero le zone di protezione anche su terre loro. Non è stato rapido né facile. Ci sono voluti vent'anni per stabilizzare le popolazioni.

Il lavoro nei centri di riproduzione

Gli zoo e i centri speciali hanno custodito il patrimonio genetico durante gli anni più critici. In cattività, biologi e veterinari hanno mantenuto genealogie rigorose, hanno garantito la massima diversità genetica tra gli accoppiamenti, hanno cresciuto generazioni di cuccioli in ambienti semi-naturali affinché acquisissero competenze di caccia prima del rilascio nei boschi.

Questo lavoro invisibile, lontano dallo spettacolo mediatico, è stato il cuore immobile della riuscita.

Dai numeri alla realtà nel campo

Nel 2000 i dati dicevano trecento lincie. Nel 2010 erano cinque-seicento. Oggi le stime spagnole parlano di cinquecento-ottocento individui distribuiti tra Andalusia, Estremadura e parti della Castiglia. Il numero è cresciuto in modo non lineare: alcuni anni il bilancio è restato stazionario, altri anni ha oscillato. Non è una curva di successo cartesiano, ma il trend è inequivocabilmente al rialzo.

La densità aumenta soprattutto nei nuclei di Sierra Morena e Doñana, dove il paesaggio rimane mosaico di boschi, matorral e spazi aperti, esattamente quello che la lince cerca per muoversi, cacciare, trovare solitudine. Non è un paradiso, ma è tornato a essere un habitat vivibile.

Le difficoltà non scomparse

Il conflitto con gli allevatori perdura. Sebbene raro, il predatore ancora occasionalmente attacca capre e pecore ai margini dell'habitat. Gli allevatori ricevono compensi assicurativi, ma la perdita genera tensione sociale. La strada rimane una minaccia: i veicoli uccidono diversi esemplari ogni anno. Le malattie infettive sparse nei nuclei di selvaggina possono ancora compromettere le basi alimentari.

Non è dunque una storia di trionffo completo. È una storia di equilibrio faticosamente raggiunto.

Che cosa imparare per l'Italia

L'Italia non ha linci iberiche, ma ha lupi, orsi e linci europee (Lynx lynx) già presenti in forma residuale nelle Alpi. Il modello spagnolo insegna una lezione semplice: la coesistenza tra felino selvatico e comunità umana richiede volontà politica a lungo termine, denaro pubblico stabile, coordinamento tra regioni e stati, mediazione con le economie locali, ricerca scientifica continua.

Nessuno di questi elementi è scontato in Italia.

Eppure il tempo lento della natura ha dimostrato che è possibile. La lince iberica camminava di nuovo nei boschi ibérici non perché la natura fosse generosa, ma perché gli uomini hanno scelto di fare il lavoro duro, spesso ingrato, di mettere insieme quello che era stato disperso. Hanno creduto che una specie sull'orlo della scomparsa meritasse di restare sulla terra.

Nei boschi del Bellunese, quando osservo il tracciato di un lupo sulla neve fresca, penso a quella scelta. Penso a quanto fragile sia il confine tra la resurrezione ecologica e l'oblio.

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