Selvatici

Caprioli in pianura padana: come tornano nei campi dopo secoli

Dopo secoli di scomparsa, i caprioli colonizzano di nuovo le terre basse del nord Italia. Un fenomeno che parla di equilibri naturali ritrovati e di conflitti ancora irrisolti tra fauna selvatica e attività umana.

Capriolo maschio con corna in piedi in un campo coltivato della pianura padana al tramonto, con file di piante verdi e alberi lontani sullo sfondo

È una mattina di novembre quando incontro i segni freschi lungo il fosso che costeggia i campi di mais. Le tracce nel fango, l'erba bruciata dal pascolo notturno, i rami spezzati all'altezza della bocca di un animale. Qui nella pianura friulana, dove il territorio si stende piatto fino all'orizzonte, il capriolo non dovrebbe esserci. Eppure gli agricoltori parlano di questi ungulati come di una presenza sempre più frequente, quasi normalizzata. I caprioli tornano in pianura padana dopo secoli di assenza: il fenomeno ha inizio negli anni novanta del novecento, si intensifica nel nuovo millennio, e oggi rappresenta una delle più significative variazioni nell'ecosistema delle terre basse dell'Italia settentrionale.

Perché i caprioli scomparirono

Per capire il ritorno, occorre tornare indietro. Nel Medioevo e fino ai primi secoli moderni, i caprioli abitavano le pianure padane come fauna ordinaria. Erano presenti nei boschi che costellavano il territorio, nelle zone di transizione tra i campi coltivati e le aree silvicole. Ma tra il Seicento e l'Ottocento, con l'intensificazione della caccia e la progressiva trasformazione dei paesaggi agricoli, la specie scomparve quasi completamente dalle aree di pianura, ritirandosi verso i rilievi appenninici e alpini.

La scomparsa non fu casuale.

Fu il risultato di una pressione di caccia costante, della frammentazione dell'habitat naturale, della conversione dei boschi misti in monoculture agricole. Gli ultimi caprioli di pianura si estinsero quando il territorio divenne prevalentemente antropizzato, quando ogni bosco venne tagliato secondo logiche di sfruttamento economico, quando la figura del cacciatore divenne strumento di controllo territoriale per le aristocrazie locali. Il capriolo scomparve come scomparvero i lupi, gli orsi, i grandi cervidi dalle terre basse.

Il ritorno silenzioso

Il ritorno silenzioso

Negli anni settanta e ottanta del Novecento, diverse nazioni europee iniziarono a proteggere i cervidi selvatici attraverso leggi sulla caccia e la creazione di aree protette. L'Italia seguì questo percorso con tempi e modalità diverse nelle regioni. Alcune zone montane e collinari divennero rifugio per popolazioni crescenti di caprioli.

Dagli anni novanta in avanti, il fenomeno divenne evidente: i caprioli iniziarono a espandersi dalle aree marginali verso le pianure. Non è stato un movimento consapevole, naturalmente. È stata l'espressione di una dinamica ecologica semplice: una popolazione in crescita cerca risorse, espande il proprio areale di distribuzione, colonizza territori adiacenti quando le barriere geografiche o antropiche lo permettono.

La pianura padana, nonostante la sua antropizzazione, conserva ancora elementi che attirano i caprioli: filari di alberi, siepi campestri, zone umide, aree boscate parcellizzate. Non è la foresta primaria di un tempo, ma è sufficiente per un animale dalle esigenze relativamente modeste.

Come vivono oggi i caprioli di pianura

Il capriolo è un ungulato di piccole dimensioni. Pesa tra i venti e i trenta chilogrammi, ha un'altezza al garrese di sessanta settanta centimetri. Non ha le dimensioni imponenti del cervo o del daino. È un animale crepuscolare e notturno, prevalentemente solitario o in coppie. Si nutre di erbe, foglie, germogli, bacche. Nel contesto della pianura padana moderna, il capriolo trova risorse nei campi coltivati durante i periodi di disponibilità, nelle aree boschive frammentate dove trova rifugio diurno, nei corridoi ecologici rappresentati dalle siepi e dai filari.

Le ricerche condotte da istituti di ricerca forestale hanno documentato come la densità di caprioli sia aumentata significativamente nelle province del Friuli Venezia Giulia, del Veneto, della Lombardia e dell'Emilia Romagna negli ultimi venti anni. Non si tratta di numeri enormi se confrontati con le popolazioni montane, ma rappresenta un cambio qualitativo importante nello status della specie a livello regionale.

Il conflitto agricolo

Non tutti vedono il ritorno dei caprioli come un fenomeno positivo. Gli agricoltori del territorio vivono il rapporto con questi animali in modo più conflittuale. Un capriolo che entra in un campo di mais giovane può causare danni significativi. Non attraversa e basta: pascola, spezza le piante, consuma risorse che l'agricoltore ha investito.

In alcune aree della pianura friulana e veneta, gli agricoltori hanno dovuto installare recinzioni per proteggere i campi, soprattutto durante la primavera quando i giovani germogli sono più appetibili. Non è una soluzione semplice: le recinzioni hanno costi, richiedono manutenzione, rendono il lavoro agricolo più complesso.

Il conflitto tra fauna selvatica e agricoltura non è nuovo, ma cambia di forma. Se un tempo era risolto attraverso l'eliminazione della fauna considerata dannosa, oggi le leggi di protezione ambientale impediscono soluzione così drastiche. Il capriolo è protetto. Non può essere cacciato liberamente come un tempo. Questo crea una tensione irrisolta: come convivere con una specie che causa danni economici effettivi, quando quella specie non può essere semplicemente abbattuta?

Cosa significa ecologicamente

Da una prospettiva ecologica, il ritorno dei caprioli in pianura rappresenta un segnale di miglioramento della qualità ambientale complessiva. Un ungulato non colonizza un territorio degradato. Ha bisogno di una minima struttura vegetale, di corridoi ecologici, di disponibilità di cibo sufficienti. Se i caprioli tornano, significa che qualcosa nel paesaggio è cambiato in loro favore.

Forse sono aumentate le aree boscate protette, o le siepi rimaste non sono state completamente estirpate come nei decenni precedenti, o il controllo della caccia ha permesso alle popolazioni di stabilizzarsi. Comunque sia, è un indicatore.

Ma i caprioli non arrivano soli. Potrebbero tornare anche altri ungulati nel tempo: i daini, i cervi. Con loro tornerebbe una complessità ecologica che la pianura ha perduto da secoli. Una complessità che non è facilmente compatibile con l'agricoltura intensiva.

Il tempo lento della riconciliazione

Guardare un capriolo in un campo di pianura è osservare una riconciliazione ancora incompleta tra l'uomo e il territorio che ha trasformato. Non è una riconciliazione trionfale, celebrativa. È timida, conflittuale, ancora ricca di incertezze.

Le università del Veneto e della Lombardia hanno avviato monitoraggi per tracciare l'espansione della specie e valutare i danni agli ecosistemi agricoli. Gli enti di gestione faunistica cercano di mediare tra le esigenze di protezione della fauna e quelle di sostenibilità economica degli agricoltori. Non è facile. Non ha soluzioni scontate.

Quello che possiamo osservare è un processo biologico e storico insieme: una specie che ricolonizza uno spazio perso, mosso da leggi ecologiche elementari e da decenni di protezione normativa. Un processo che parla di resilienza, di capacità della natura di ritornare dove le condizioni lo permettono, anche se quelle condizioni rimangono instabili e precarie.

I caprioli continueranno a espandersi in pianura, probabilmente. Come e quanto dipenderà dalle scelte che faremo nei prossimi anni: dalle politiche agricole che adotteremo, dalle forme di protezione che decideremo di garantire, dal modo in cui riusciremo a pensare il territorio non come uno spazio da dominare completamente, ma come uno spazio condiviso. Ancora una questione senza risposta, ancora tutta da scrivere.

Condividi