La marmotta alpina esce dalla tana tra aprile e maggio e il primo gesto è fermarsi immobile sul prato, rivolta verso il sole. Non è pigrizia. In quei minuti il suo corpo aumenta la temperatura interna di quasi due gradi, preparando muscoli e metabolismo a settimane di scavo, foraggiamento e allerta costante. Quando vedi una marmotta in posizione eretta sulle rocce, non sta guardando il panorama: sta sentendo il calore penetrare nella pelle, nei vasi sanguigni, nel cuore rallentato dal letargo. Questo comportamento, chiamato basking, è documentato in tutti i mammiferi alpini che hibernano sotto i tre metri di neve. Avviene ogni maggio nei parchi delle Dolomiti, ripetendamente, come una cerimonia biologica.
Il risveglio biologico della montagna
Maggio non è casuale. È il mese in cui la temperatura diurna supera i cinque gradi a quote superiori a duemila metri, il limite dove inizia la vera catena alpina. A quella soglia di calore, le marmotte sentono il cambiamento attraverso la cute e si svegliano. I loro battiti cardiaci, rallentati a venti al minuto durante il letargo, accelerano progressivamente. Il respiro diventa più profondo. I muscoli, atrofizzati da mesi senza movimento, iniziano a tremare lievemente, generando calore. È termoregolazione attiva, non passiva.
Anche i rettili alpini, come la lucertola muraiola e la vipera dell'Orsini, escono dalle crepe nelle rocce proprio in questo periodo. A differenza dei mammiferi che hibernano, i rettili entrano in torpore, uno stato metabolico più leggero dove il corpo rallenta ma non si spegne. Quando la temperatura sale, si posizionano sulle superfici scure (rocce grigie, massi di granito) che assorbono il calore solare e lo restituiscono sotto forma di radiazione. Senza questo riscaldamento esterno, la lucertola non potrebbe muoversi abbastanza veloce da cacciare. Uno studio bioecologico pubblicato su riviste di etologia conferma che le lucertole alpine esauriscono le riserve di grasso a ritmo tre volte più veloce se non trovano superfici calde dove stazionare almeno tre ore al giorno in maggio.
Gli uccelli rapaci tornano dai nidi
L'aquila reale non è in letargo, ma torna a maggio dalle valli più basse dove ha trascorso l'inverno. La coppia si riunisce nel nido utilizzato per anni, talvolta lo stesso nido usato dai genitori decenni prima. Il riconoscimento del partner avviene attraverso vocalizzazioni specifiche: ogni coppia ha un duetto unico, una sequenza di versi che nessun'altra coppia ripete identicamente. È come un codice vocale. Quando vedi un'aquila reale fare cerchi ampi sopra una parete rocciosa a maggio, cerca il partner o sta già monitorando il territorio di caccia che conosce palmo per palmo. Le aquile alpine cacciano lepri, marmotte giovani, pernici bianche.
I nibbi e le poiane tornano leggermente dopo, tra fine maggio e inizio giugno. Le loro termiche, le colonne d'aria calda che usano per planare senza battere ali, si formano solo quando il sole riscalda i versanti pomeridiani. A maggio queste termiche iniziano ad apparire con regolarità.
I nidiacei e il cibo mai sufficiente
In maggio i giovani di molte specie sono ancora dentro il nido o appena usciti, totalmente dipendenti dai genitori. Un nidiaceo di passero alpino brucia calorie a ritmo doppio rispetto all'adulto. La madre ritorna al nido diciannove, venti volte al giorno con insetti, semi, briciole. È frenesia biologica. Ogni volta il pulcino grida con la bocca spalancata, un riflesso che esaurisce la sua energia nervosa. Se sei nel parco in maggio, il suono costante di versi acuti e insistenti viene proprio da questa domanda di cibo che non finisce mai.
Gli ungulati visibili sulle creste
Cervi, caprioli e camosci scendono dalle quote più alte dove hanno passato l'inverno, cercando i pascoli che iniziano a verdeggiare tra i duemilacinquecento e i tremila metri. Maggio è il mese in cui i maschi di cervo, ancora senza corna (le perdono in primavera), si spostano velocemente tra i versanti. La perdita del palco è una crisi biologica: il maschio perde contemporaneamente il simbolo del suo status riproduttivo e la difesa del corpo. Non è raro vederli nascosti nei boschetti, meno sociali che in altri periodi. I caprioli, più piccoli, rimangono criptici tra i rami bassi.
Il camoscio è la specie più visibile. Ha terminato l'accoppiamento invernale e la femmina gravida cerca aree aperte dove partorire. I giovani dell'anno precedente vengono allontanati dalla madre con una serie di colpi di corno: non è aggressione, è educazione territoriale. Ogni camoscio conosce il suo versante, le sue pietraie, le sue fonti d'acqua. Quel sapere è tramandato da madre a prole per decenni.
Le domande ancora aperte
Osservare un animale selvatico a maggio pone una domanda etologica che gli esperti ancora si fanno: come misurano gli animali alpini la data del risveglio. Il fotoperiodo, la lunghezza del giorno, è uno stimolo, ma la temperatura è il segnale più importante. Eppure uno studio recente suggerisce che anche le vibrazioni del suolo, causate dallo scioglimento della neve e dal movimento dell'acqua nel sottosuolo, potrebbero inviare informazioni ai mammiferi sotterranei. Una marmotta in tana non vede il cielo, non sente il sole. Eppure sa esattamente quando è maggio. Come.
