Animali

Lupi nelle valli piemontesi: convivenza o conflitto con gli allevamenti

Dopo quasi un secolo di estinzione locale, i lupi sono tornati nelle Alpi piemontesi. Per i piccoli allevamenti la presenza del predatore rappresenta una sfida concreta, ma anche un segno della salute ecologica della montagna.

Alba nelle valli piemontesi con pascoli nebbiosi, una piccola mandria di pecore grigie in lontananza e tracce di lupo nella neve fresca

È uno di quei mattini grigi di fine inverno quando la nebbia scende dalle creste del Gran Paradiso e avvolge i pascoli della Val Soana. Salgo verso il rifugio di un allevatore bellunese trasferito in Piemonte vent'anni fa, quando qui i lupi erano ancora soltanto una leggenda dai tempi del nonno. Oggi sono tornati. Non tutti gli animali di un gregge protetto rimangono al sicuro. I lupi delle Alpi occidentali attraversano valichi e praterie con una disinvoltura che ricorda agli abitanti come questo territorio, per almeno tre generazioni, sia stato considerato solo loro. Chi alleva capre e pecore, perché, da quando, e come reagisce a questa realtà nuova e insieme antica. Una domanda che non ha ancora una risposta semplice.

Il ritorno silenzioso di un predatore

Il lupo grigio europeo non vive più nelle Alpi piemontesi dal primo decennio del novecento. Fu cacciato fino all'ultimo esemplare, come in quasi tutta Europa. La sua scomparsa fu così totale che nessuno nei villaggi di montagna ha memoria diretta di quella presenza. I lupi tornano dai Monti Maritimi e dalle Alpi Cozie, da quella porzione di territorio che confina con la Francia dove una piccola popolazione ha resistito tra le rocce più difficili da raggiungere. Non è stata una decisione umana di reintrodurli. È stato un esodo naturale, una lenta espansione territoriale di un predatore che, protetto dalle leggi europee, si è riaffacciato dove le montagne ancora permette alla fauna selvatica di muoversi.

Nel corso degli ultimi vent'anni, i lupi hanno occupato sempre più territorio. Tracce di loro presenza sono state documentate anche a quote dove gli allevamenti si affacciano sui pascoli estivi. Non si tratta di grandi branchi come quelli che popolarivano le steppe eurasiatiche, ma di piccoli gruppi, spesso coppie o famiglie di tre, quattro individui che percorrono l'area durante la notte, quando le pecore sono visibili.

L'economia fragile dell'allevamento di montagna

Gli allevamenti piemontesi di capre e pecore non sono grandi aziende industriali. Sono realtà di dieci, venti, talvolta cinquanta animali, gestite da famiglie che scelgono il lavoro in montagna per una ragione che raramente è il profitto. Questa fragilità economica li rende ancora più vulnerabili quando accade una perdita. Una capra pesa poco in termini di valore commerciale, ma rappresenta una frazione significativa di un reddito che scivola sempre più verso il margine.

Gli allevatori non chiedono l'estinzione dei lupi. Chiedono protezione. Chiedono che le perdite siano riconosciute e risarcite, che le soluzioni tecniche per convivere con il predatore siano accessibili, non proibitive. Recintare un pascolo in montagna non è come recintare un campo di pianura. La topografia è accidentata, il terreno scosceso, le recinzioni devono essere sufficientemente alte da impedire il salto e sufficientemente profonde da impedire lo scavo. I costi sono considerevoli.

Le soluzioni e i loro limiti

Esistono tre strumenti principali per proteggere un gregge dalla predazione: le recinzioni elettrificate, i cani da guardia di razza idonea e la sorveglianza umana durante i mesi di pascolo.

Le recinzioni elettrificate sono efficaci. Una cerca di ottanta centimetri di altezza, sufficientemente tesa e carica, dissuade il lupo dal tentativo. Ma il costo è elevato, tra i due e i tre euro per metro lineare, una spesa che ricade completamente su un allevatore il cui margine di guadagno annuale per capo raramente supera i cento euro. Inoltre, le recinzioni vanno controllate quotidianamente, manutenute, spostate quando il pascolo cambia. In montagna, dove il maltempo può distruggere parti di infrastruttura, questo significa un lavoro aggiuntivo non retribuito.

I cani da guardia sono la soluzione più tradizionale e, se ben gestiti, tra le più affidabili. Razze come il pastore maremmano o il cane da montagna dei Pirenei vivono con il gregge, lo difendono da istinto. Non addestramento. È nel loro dna. Ma un cane buono costa, ha bisogno di cure veterinarie, può ferirsi, può invecchiare. È un'altra bocca da sfamare.

La sorveglianza umana è quella meno praticabile nel moderno. Gli allevatori lavorano da soli o in coppia. Passare le notti in pascolo durante tutta la stagione estiva è un sacrificio fisico che pochi riescono a sostenere per molti anni.

Quello che succede quando il lupo arriva

Non è facile riconoscere l'attacco di un lupo da quello di un cane randagio, specie se l'evento avviene durante la notte. Il lupo attacca con una morsa alla gola, morte quasi istantanea. Il cane randagio morde e dilania, lasciando ferite profonde e disordinate. Una perizia corretta richiede tempo e competenza veterinaria. Non sempre è disponibile immediatamente. Gli allevatori raccontano di notti insonni, di gregge agitato, di animali che rimangono feriti ma vivi, soffrendo per giorni.

Quando il danno è certificato, scattano i risarcimenti previsti dalle normative regionali. Il Piemonte dispone di fondi per coprire le perdite documentate causate da lupo. Ma la pratica è lenta, la documentazione complicata, l'importo spesso inferiore al valore reale dell'animale. Un allevatore deve avanzare i soldi per la documentazione, attendere mesi per il rimborso, nel frattempo gestire un buco di cassa che la piccola azienda non sempre riesce a coprire.

Il silenzio delle montagne

Stare in un pascolo all'alba e ascoltare il silenzio dopo che un lupo ha passato la notte vicino al gregge è un'esperienza che cambia qualcosa dentro. Non è paura semplice. È consapevolezza di essere tornati in uno spazio dove il confine tra umano e selvaggio non è più scontato. Gli allevatori che rimangono, che scelgono di stare in montagna nonostante i lupi, dicono che è necessario. Dicono che una montagna senza predatori è una montagna ammalata, un ecosistema in cui le popolazioni di erbivori crescono senza freno, danneggiano le foreste, erodono il suolo. Il lupo è un male, forse, ma di un tipo diverso da quello che credevamo. È un male che cura.

Non è una soluzione facile vivere accanto al lupo quando si allevano pecore. Non è nemmeno una soluzione giusta lasciare i piccoli allevatori da soli a gestire un conflitto che è stato creato da scelte collettive, dalle quali loro non traggono vantaggio diretto. La soluzione non sarà mai perfetta. Sarà sempre un compromesso, una convivenza fragile, fatta di protezioni tecniche, di risarcimenti, di notti insonni e di una consapevolezza nuova che la montagna non appartiene solo a chi la abita, ma a tutte le creature che la attraversano.

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