Animali

Lupi delle Alpi piemontesi: dove sono i branchi ora

Dopo decenni di assenza, i lupi ricolonizzano le montagne piemontesi. Oggi diversi branchi si muovono tra le valli alpine, portando con sé la complessità di una convivenza ancora fragile tra uomini e predatori.

Tre lupi grigi camminano sulla neve delle Alpi piemontesi al tramonto, con alberi di larice sullo sfondo e montagne coperte di neve

Una sera di marzo, mentre guido lungo il fondovalle del Pellice in provincia di Torino, noto i graffi freschi su un tronco di faggio vicino al sentiero. Sono segni inequivocabili: il lupo è passato qui, forse poche ore prima. Oggi, nelle Alpi piemontesi, questa osservazione non sorprende più come avrebbe sorpreso vent'anni fa. I lupi sono tornati. Dove sono arrivati, quando hanno cominciato, perché rimangono: queste le domande che animano il dibattito tra ambientalisti, scienziati, allevatori e amministratori. La risposta è complessa, come sempre quando la natura ricomincia a tessere trame che l'uomo aveva spezzato.

Il ritorno dalle Alpi Marittime

Il lupo grigio europeo è scomparso dalle Alpi piemontesi nella seconda metà dell'Ottocento, cacciato fino all'estinzione per proteggere il bestiame e per la persecuzione sistematica che lo vedeva come simbolo della selvaggia. Solo poche popolazioni sopravvissero nei recessi più remoti degli Appennini e nelle montagne meridionali d'Italia.

Dalla fine degli anni Novanta, il lupo ha cominciato a ricolonizzare le Alpi occidentali provenendo dal Mediterraneo attraverso le Alpi Marittime francesi e le montagne liguri. Non è un'invasione repentina. È un movimento lento, generazione dopo generazione, di giovani lupi maschi che si disperdono dal branco natale in cerca di nuovo territorio e di compagne con cui riprodursi.

Oggi i dati disponibili indicano almeno tre branchi stabili nelle Alpi piemontesi. Il primo occupa il territorio tra le valli del Cuneese, dalle Alpi Marittime verso nord fino alle valli del Tanaro. Un secondo branco frequenta le montagne del Vercellese e del Biellese. Un terzo, ancora in fase di insediamento, si muove tra le valli alpine e le zone prealpine torinesi.

La difficoltà della convivenza

La conferma della presenza stabile significa una cosa precisa: i lupi non sono vagabondi in transito, ma residenti. Costruiscono tane, allevano cuccioli, stabiliscono territori che difendono. Questo cambia il problema da teorico a concreto.

Gli allevatori di pecore e capre sono i primi a sentire il peso di questa convivenza. Un singolo attacco a un gregge può costare migliaia di euro in perdita di capi. Non tutti gli allevamenti hanno le infrastrutture necessarie: recinzioni robuste, cani da guardia addestrati, ripari per il bestiame durante la notte. Le vallate piemontesi sono terre di tradizione pastorale, ma una tradizione che negli ultimi decenni si era attestata su una montagna senza grandi predatori.

Gli enti locali e le regioni hanno cominciato a offrire contributi per l'adeguamento dei sistemi di protezione. Ma il denaro non basta sempre. C'è resistenza culturale. C'è l'esperienza di generazioni che non avevano mai dovuto pensare al lupo come minaccia presente. E c'è, non di rado, la tentazione di risolvere il problema alla radice attraverso l'uccisione selettiva.

Cosa dice la legge, cosa dice la scienza

Il lupo grigio europeo è protetto dalla Direttiva Habitat dell'Unione Europea. Questo significa che gli stati membri devono mantenerlo in uno stato di conservazione favorevole. Non si tratta di un divieto assoluto di controllo numerico, ma di una protezione che pone paletti precisi: gli abbattimenti sono possibili solo in casi eccezionali, quando il branco costituisce una minaccia significativa per il bestiame nonostante le misure di prevenzione siano state attuate.

La ricerca scientifica sulle dinamiche dei branchi piemontesi è ancora in fase iniziale. Università come il Politecnico di Torino e istituti di ricerca collaborano con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e altri enti per monitorare i movimenti, la genetica, la dimensione dei branchi. Questi studi sono essenziali: conoscere il comportamento reale dei lupi piemontesi, il numero preciso di capi, le loro abitudini predatorie, le zone di maggior conflitto, consente di prendere decisioni fondate invece che ideologiche.

Il silenzio della montagna, il peso della presenza

Quello che colpisce chi frequenta le Alpi è il silenzio che arriva quando il lupo torna. Non è il silenzio della morte, ma il silenzio della trasformazione. Gli altri animali percepiscono la presenza del grande predatore. I cervi modificano i loro movimenti. Le volpi si mostrano meno. Gli uccelli notturni cambiano i loro richiami.

Nel giro di pochi anni, le montagne piemontesi dovranno imparare a vivere in una condizione diversa da quella che hanno sperimentato per duecento anni. Non è semplice. Non è nemmeno certo che tutti lo desiderino. Ma è quello che sta accadendo.

La domanda che rimane aperta è se sappiamo ancora convivere con la natura selvaggia, o se la nostra epoca sa gestire solo la natura addomesticata, controllata, prevedibile. Il ritorno del lupo sulle Alpi piemontesi è diventato uno specchio di questa domanda più profonda: chi siamo noi quando la forza del mondo naturale rimette piede nei nostri spazi.

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