Una nebbia leggera sale dalle vallate dell'entroterra ligure in una mattina di metà novembre. I boschi di castagno e faggio ancora tengono le foglie, e tra i rovi e i giovani arbusti che ricrescono dopo il fuoco di due decenni fa, si sente il rumore secco di uno zoccolo. Un capriolo, maschio adulto con i palchi ancora in velluto, esce da una macchia fitta e si ferma. Conosce questi luoghi di riparo come la sua pelle. Qui, sulle colline retrostanti della Liguria, tra il Genovesato e l'Imperiese, i caprioli hanno ricominciato a vivere dopo anni di assenza. Non è una storia di reintroduzione programmata. È il racconto di una specie che torna, lentamente, dove un tempo era scomparsa.
Il ritorno silenzioso
Negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, i caprioli erano praticamente assenti dall'entroterra ligure. La caccia intensiva, la perdita di habitat e il disturbo umano li avevano confinati in piccoli nuclei isolati, se non del tutto eliminati. Ma negli ultimi trent'anni qualcosa è cambiato. Gli ambienti montani della regione, abbondonati da molte comunità rurali, hanno ricominciato a offrire spazi di riposo. I boschi si sono infittiti. Le pressioni venatorie si sono attenuate. E i caprioli, già presenti in regioni limitrofe come il Piemonte e la Toscana, hanno iniziato una lenta migrazione verso le colline retrostanti.
Non è accaduto tutto insieme.
Il processo è stato graduale, quasi invisibile al turista che scende dalla costa. Un capriolo qua, una femmina gravida là. Tracce fresche nei sentieri di fondovalle. Aree di rosicchiamento sugli arbusti in primavera. Con il tempo, le segnalazioni di presenze si sono accumulate. Gli agenti forestali hanno notato gli escrementi caratteristici. I cercatori di funghi hanno incontrato gruppi di tre, quattro individui nelle radure. Le telecamere infrarosse piazzate per monitorare il territorio hanno catturato immagini di caprioli che passeggiavano durante l'alba. La popolazione non era ancora numerosa, ma era reale.
Chi è il capriolo ligure
Il capriolo è un cervide di medie dimensioni, robusto ma elegante, costruito per muoversi veloce e silenzioso tra i rami bassi e gli arbusti. Il maschio, il buck nella terminologia inglese, non supera mai i trenta chilogrammi. In Liguria, i caprioli che tornano appartengono alla sottospecie comune dell'Europa centrale, quella che ha una mezzana corporatura e palchi non eccessivamente sviluppati. Sono animali fedeli al territorio. Uno stesso maschio può restare in un'area di pochi ettari per anni, segnandola con le ghiandole nasali e il rosicchiamento dei giovani arbusti. Le femmine allevano uno o due piccoli alla volta, depositandoli in zone coperte e tornando regolarmente per l'allattamento.
Nel paesaggio ligure, il capriolo è un animale di transizione.
Non è una creatura del fitto bosco come il capriolo alpino in alta quota. Non è nemmeno un abitante di radura aperta come il daino nelle pianure europee. Il capriolo ligure, quello che torna sulle colline, è un opportunista. Frequenta i margini tra il bosco maturo e la vegetazione di ricrescita, tra i castagneti abbandonati e i giovani faggio. Ama le aree dove il bosco si apre in piccoli prati naturali, dove l'erba è tenera e i giovani rami a portata di bocca. Preferisce le vallate che offrono protezione dal vento e dal freddo invernale.
Lo spazio ritrovato
Il ritorno dei caprioli sulle colline retrostanti liguri è inseparabile dalla storia del territorio stesso. A partire dagli anni sessanta e settanta, l'esodo rurale ha trasformato l'entroterra della regione. I piccoli borghi si sono svuotati. Le coltivazioni a terrazza sono state abbandonate. I castagneti da frutto sono diventati selvatici. Le aie, i pascoli, i prati falciati hanno ceduto il posto a una vegetazione sempre più fitta e spontanea. Questo processo, che agli occhi di un amministratore può sembrare una perdita economica, è stato per molte specie selvatiche una rinascita. Dove prima c'era ordine agricolo rigido, è tornato il caos creativo della natura. Dove prima le armi esplodevano quasi ogni fine settimana nei giorni di caccia, le pressioni sui selvatici si sono ridotte.
Anche il cambiamento climatico ha giocato un ruolo, sebbene meno evidente.
Inverni leggermente più miti hanno reso meno difficile la sopravvivenza invernale. Le estati siccitose hanno aumentato l'importanza delle vallate, dove l'umidità resta più stabile. La vegetazione si è spostata in altitudine, creando nuovi habitat nei settori montani intermedi, proprio dove i caprioli trovano oggi le migliori condizioni.
Convivenza fragile
Ma il ritorno del capriolo non è una storia senza conflitti. Negli ultimi anni, alcune amministrazioni comunali hanno registrato danni alle colture negli orti e negli uliveti periurbani. I viticoltori di alcune zone hanno segnalato il rosicchiamento dei tralci giovani. Gli agricoltori che coltivano ancora legumi e ortaggi trovano impronte e segni di pascolamento notturno. Non sono danni paragonabili a quelli causati da ungulati più grandi come i cinghiali, ma sono reali.
Allo stesso tempo, i cacciatori locali vedono il capriolo come una risorsa da gestire.
Nelle zone dove la presenza si è stabilizzata, si discute se e come includere il capriolo nei piani di prelievo selettivo. Non come specie cacciata su vasta scala, ma come elemento di un equilibrio complessivo. In altre regioni, il capriolo è ormai presenza stabile nelle zone cacciabili, inserito in calendari e contingenti. Ma in Liguria, la situazione è ancora fluida. Non esiste un censimento preciso. Le stime si basano su segnalazioni volontarie, tracciamenti informali, osservazioni occasionali.
Lo sguardo del paesaggio
Nel bosco di una collina retrostante, lontano da strada asfaltate, il capriolo rappresenta qualcosa di più di una semplice presenza faunistica. Rappresenta la possibilità che gli spazi dimenticati dall'economia moderna possano ancora ospitare la vita selvatica. Che il tempo non sia sempre una freccia dritta verso la desolazione. Che la natura, data l'occasione, riprenda spazi con una pazienza che l'uomo fatica a comprendere.
Il capriolo non è una soluzione ai problemi ecologici della Liguria. Non è nemmeno una novità assoluta, perché probabilmente era presente in questi luoghi secoli fa, prima dell'intensificazione agricola moderna. È piuttosto un'indicazione. Una traccia che dice: il bosco sta guarendo. La fauna sta tornando. Non è tutto perduto.
Nelle prime luci del mattino, quando il paesaggio è ancora quieto, il capriolo esce dal bosco per un'ora di pascolamento. Non ha fretta. Non guarda indietro. Sa solo che qui, in questi boschi rigogliosi e negletti dell'entroterra ligure, c'è ancora spazio per una creatura che non parla, non costruisce, non desidera nulla se non vivere il suo tempo. E questa è una lezione che il silenzio insegna meglio di mille parole.
